01.02.2011 - Non esiste rilancio senza investimenti PDF Stampa E-mail
Informazione - 2011

BENEDETTO ATTILI:

……………….. La tanto decantata “rivoluzione in corso” della pubblica amministrazione non è altro che una gigantesca, sistematica operazione di drenaggio di risorse e di ricchezza, che vengono sottratte al settore pubblico per essere distribuite altrove. Questa constatazione ha un sapore particolarmente amaro per la UIL. Noi abbiamo sempre appoggiato il progetto di una riforma della pubblica amministrazione che puntasse a migliorare la qualità del servizio pubblico, senza paura di accettare le sfide che tutto ciò comportava: nemmeno quelle che riguardavano la misurazione e la valutazione dell’impegno, della professionalità, della produttività degli uffici e dei lavoratori. Per questo non abbiamo mai innalzato barricate ideologiche contro la riforma Brunetta, sebbene non si possa certo dire che fosse la “nostra” riforma, né che siamo stati coinvolti in qualche modo nei processi che ne hanno portato alla genesi e alla realizzazione.

 

Certo, abbiamo sollevato critiche di metodo e di merito. Abbiamo spiegato quali aspetti della riforma andavano corretti, per migliorarla. Abbiamo sempre chiesto (inutilmente, a dire il vero) che fosse ascoltata la voce della conoscenza e dell’esperienza degli operatori pubblici, che da sempre vivono “dentro” la macchina amministrativa; e di non affidare tutte le scelte alle dotte teorie di illustri professori di economia aziendale o di sommi giuristi, consiglieri ed esperti di benchmarking e di project-management. Però condividevamo (e condividiamo) l’obiettivo di fondo, perché lo sentiamo – quello sì – profondamente “nostro”: innalzare la qualità del servizio pubblico, per difendere la necessità del servizio pubblico; dare più qualità ai servizi erogati dalle amministrazioni, per garantire ai cittadini il diritto di ricevere buoni servizi senza essere costretti a pagare un sovrapprezzo per la qualità; organizzare il lavoro pubblico intorno ad obiettivi calibrati sui destinatari esterni piuttosto che sulle procedure interne, per fermare il processo che tende a trasferire verso il privato la soddisfazione dei bisogni di cittadinanza in nome di una presunta maggiore produttività ed efficienza.

 

Ma oggi, a due anni e mezzo di distanza dall’inizio del grande cambiamento, i risultati ci appaiono francamente deludenti. Sembra incredibile, ma la pubblica amministrazione italiana non è mai stata così autoreferenziale come dopo l’entrata in vigore della riforma Brunetta. E questo è la conseguenza diretta ed inevitabile della logica ragionieristico-contabile che ha snaturato il senso del lavoro pubblico, riducendo il contributo che la pubblica amministrazione può dare allo sviluppo della società al mero calcolo dei risparmi di spesa realizzabili, tra una finanziaria e l’altra, in termini di punti percentuali di PIL. La riorganizzazione del lavoro nel settore pubblico si traduce esclusivamente in riduzione di spesa, a cominciare dalla spesa per il personale. A valle di tutto il faraonico apparato di programmazione degli obiettivi e di valutazione del merito, l’incremento della produttività negli uffici pubblici si ricaverà unicamente per l’effetto aritmetico sui carichi di lavoro individuali della prevista riduzione di 300.000 dipendenti nei prossimi 3 anni.

 

Credo che sia giunto il tempo di uscire finalmente dall’equivoco. Persino il recente caso degli accordi in Fiat per il rinnovo degli accordi aziendali negli stabilimenti di Pomigliano d’Arco e di Mirafiori, pur con tutte le difficili implicazioni in termini di compressione dei diritti dei lavoratori e di crisi delle relazioni industriali, è servito a farci comprendere che non esiste rilancio senza investimenti e che nessuna azienda, pubblica o privata, può sperare di durare a lungo, se si limita a una strategia di pura sopravvivenza.

La pubblica amministrazione, con i suoi tre milioni e mezzo di addetti, è la più grande azienda italiana, la più importante, quella che muove il più vasto indotto, quella da cui dipende la qualità della vita di milioni e milioni di cittadini. Non può limitarsi semplicemente a sopravvivere. E’ assurdo pensare di continuare a gestirla come se fosse un gigantesco bancomat politico attraverso cui finanziare i costi di un Paese che non riesce (o non vuole) modernizzarsi. Bisogna invertire questa tendenza. Bisogna rimettere in circolo risorse non più “dalla”, ma “verso” la pubblica amministrazione, a cominciare dalle risorse necessarie al rilancio della contrattazione integrativa di secondo livello nelle amministrazioni. Bisogna dare ai lavoratori del servizio pubblico una prospettiva di crescita e di miglioramento, stimolare il cambiamento, riattivare le energie positive, invogliare i lavoratori ad investire su sé stessi e sul proprio lavoro per la crescita della qualità dell’azione amministrativa……………………..

 

Il testo integrale dell’articolo sarà pubblicato sul prossimo numero della rivista “IMPEGNO” periodico del Coordinamento Nazionale UILPA Esteri

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